CHE COS'E' LA CORRENTE DEL GOLFO
E' una corrente marina calda che dal golfo del Messico arriva nella parte nord della penisola Scandinava.
In pratica funziona come un impianto di riscaldamento. Il suo generatore di calore è il Golfo del Messico, il corpo radiante è l'Oceano Atlantico. Se non ci fosse questa corrente calda che svolge un'azione mitigatrice proprio sulla parte occidentale dell'Europa, compresa anche la penisola Scandinava, avremmo l'Inghilterra, Scozia, tutto il bacino del mar Baltico, ed altri paesi del nord Europa tutti ricoperti di ghiaccio e neve durante il periodo invernale.
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lunedì 21 dicembre 2015
LA CORRENTE DEL GOLFO.L'origine del nostro clima.
LA CORRENTE DEL GOLFO
ISOLA FERDINANDEA
L’ultima volta che l’isola Ferdinandea s’impose con forza all’orizzonte fu nel 1831. Isola fantasma. Isola che c’è e non c’è. Che appare e scompare. Isola dalla storia misteriosa.
Erano i primi giorni di luglio di quel 1831: dal mare cominciò a salire un forte odore come di idrogeno solforato. Poi una colonna di fumo. Poi ancora le acque sembrarono ribollire. Una strana confusione e uno strano mix di elementi lì a trenta miglia dalla costa siciliana di Sciacca. Nessuno sapeva spiegarsene il motivo. Si sentirono persino dei boati. Forse un maremoto? Nessuno aveva idea che potesse trattarsi dell’isola Ferdinandea.
I marinai che si trovarono a passare da quelle parti videro una gran quantità di pesci galleggiare sulmare. Pesci morti. Mentre una colonna di fumo alta quindici metri pareva non voler esaurirsi mai. Strano fenomeno, insomma. Era come se il mare stesse per partorire. Era proprio come un parto. Tant’è che di lì a qualche giorno ci si accorse ch’era nata un’isola: l’isola Ferdinandea. Ma fu una vita breve. Dopo sei mesi il mare si riprese per intero quel che aveva donato alla terra.
Da allora – dal 1831 – l’isola Ferdinandea se n’è stata quasi sempre sepolta sotto il mar Mediterraneo, a circa trenta chilometri a sud della Sicilia, non lontano dalla Tunisia. Solo due brevissime apparizioni: nel 1846 e nel 1863. Da allora, più nulla, in attesa che il mare – sotto la spinta del movimento sismico provocato dall’Etna –faccia di nuovo il piccolo miracolo. Gli scienziati dicono sia possibile. Si diceva addirittura che il 2003 poteva essere l’anno della riemersione. Ma così non è stato.
Dell’isola che non c’è se ne conoscono alla perfezione le coordinate: nel Canale di Sicilia, 36-10’ latitudine Nord e al 12-43’ longitudine Est. Se ne conoscono anche le dimensioni: ha una circonferenza di cinque chilometri. La sua punta si trova a soli sei metri sotto il livello del mare. Il suo problema, quello che la rende così fragile e la fa sparire di tanto in tanto è uno strato inferiore composto da materiali simili alla sabbia. Insomma, è un’isola senza piedi.
Ad aumentare il fascino di questo lembo di terra c’è poi la storia dei nomi. Gliene furono dati bensette: Sciacca, Nertita, Corrao, Hotham, Giulia, Graham, Ferdinandea. Benché piccola e per la maggior parte del tempo inesistente, l’isola ha attirato su di sé le attenzioni e le mire di inglesi, francesi e italiani.
Già il 2 agosto del 1831 vi fu piantata sopra la bandiera britannica. Il capitano Senhouse fu incaricato da Sua Maestà di lasciare velocemente Malta per andare a mettere il vessillo inglese sulla terra emersa. Poi arrivarono anche i francesi: il geologo Constant Prevost scelse il nome “Julie” prendendo spunto dal mese di “nascita”. Per gli italiani, invece, era – ed è – l’isola Ferdinandea: il capitano Gualguarnera fu incaricato dai Borboni d’andare sull’isola, togliere la bandiera inglese senza tante gentilezze, e sostituirla con la propria. Per il nome: Ferdinandea in onore di Ferdinando I.
E per essere ancora più sicuri che se dovesse riemergere l’isola abbia i colori dell’Italia alcunisommozzatori siciliani si sono immersi e hanno piantato la bandiera verde-bianca-rossa.
Sora,incidente aereo 30 Marzo 1963
L'incidente di I-TAVI
L'incidente di un'aereo Itavia prima del famoso disastro di Ustica, avvenne il 30 marzo 1963, quando il Douglas CH-47-B I-TAVI precipitò sulle montagne della provincia di Frosinone, vicino al Comune di sora, località Serra Alta, a 1720 mt di altezza, mentre, proveniente da Pescara si apprestava a compiere l'avvicinamento verso lo scalo romano di Ciampino.
Nell'incidente morirono le tre persone che costituivano l'equipaggio del velivolo e gli otto passeggeri a bordo.
Sembra che i resti dell'aereo siano tuttora ben visibili nell'ambito di un'escursione lungo il sentiero verde del parco.
PROBABLE CAUSE: "1) Errors in estimating the position of the aircraft led the pilot to assume that he was within sight of the lights of the Rome zone. This in turn induced him to place an erroneous valuation on the efficiency of his radio navigational equipment. 2) The request to descend to 6000ft and later to an even level in order to maintain visual contact at all costs, resulted in the aircraft crashing into a mountain when it became impossible to maintain visual contact. 3) The weather conditions were particularly bad on the last stage of flight. 4) Failure to notify air traffic control of the changes made during flight on the original flight plan."
http://www.baaa-acro.com/Dossier%20Photo/I-TAVI.htm
Primo pomeriggio di domenica 31 marzo 1963.
Vittorio Ferrari è a Sora pronto a partire per Frosinone dove Giulio Andreotti avrebbe inaugurato una struttura pubblica.
Un suo amico gli parla di strane luci avvistate nella tarda serata, 20.30/21.00, del giorno precedente, bagliori sinistri oltre la cima di Monte Serra Alta, lato Abruzzo/Balsorano ,visibili nonostante il brutto tempo...
Intanto le voci della scomparsa del DC-3 dell’Itavia partito da Pescara e mai arrivato a Ciampino si moltiplicano…
Vittorio ha un sussulto. Troppo strane quelle luci da poter essere scambiate per fulmini e quell’aereo scomparso, poi…Solo una coincidenza?!...
Vittorio non ha dubbi. Corre alla caserma dei Carabinieri e dopo non poca insistenza riesce a parlare con il capitano Zappi. Gli parla della sua intuizione e riesce a convincerlo ad inviare in esplorazione una decina di Carabinieri.
Verso le ore 19.30/20.00 un gruppo di militari ed alcuni frati partono dal convento dei Frati Passionisti di Sora per effettuare un sopralluogo “alla Serra”.
Niente, dell’aereo nessuna traccia.
Troppo forte la convinzione di Vittorio, troppa la sua conoscenza del posto.
Prepara un pezzo di pane, vino e formaggio e l’indomani, di buon ora, in compagnia di un amico decide di partire alla ricerca dell’aereo.
Durante la faticosa salita i due amici incontrano un gruppetto di ragazzi i quali, in cambio di un po’ di cibo per rifocillarsi, decidono di partecipare alla ricerca dell’aereo.
Ormai inizia a far tardi. Le giornate sono ancora corte, il tempo è pessimo e l’amico di Vittorio sceglie di tornare indietro.
La ricerca continua, lunga e faticosa tra la neve alta ma dell’aereo nulla…
Ore 16.30 di lunedì 02 aprile 1963.
Vittorio ed i suoi amici ormai vinti dalla fatica e sconfortati per la vana ricerca decidono di tornare a Sora. Non per la strada già fatta ma per la cresta così da accorciare il tragitto ed evitare di affondare nella troppa neve.
Circa un terzo del percorso. Vittorio si ferma per riprendere fiato, si gira rivolgendosi per l’ennesima volta a Monte Serra Alta ed… ecco che la sua attenzione viene prepotentemente catturata dalla “V” rossa dell’ala del DC-3 ora così evidente nel candido biancore della neve…
Superato quell’attimo di sbigottimento gli amici si precipitano verso il relitto.
Un primo tentativo fallisce. Troppo uguali dossi e vallette. Tornano indietro.
Riprendono i punti di riferimento e questa volta ecco il relitto dell’aereo.
All’approssimarsi del velivolo gli amici di Vittorio si fermano. Il timore riverenziale per quell’evento così eccezionale quanto drammatico impedisce loro di proseguire.
Solo Vittorio, il più grande di tutti nonostante i suoi appena 23 anni raggiunge il relitto.
Il suo racconto, finora lucido ed appassionato sì fa più greve, partecipato…
Lamiere contorte e bruciate, corpi straziati… quanto dolore….
Poco distante dal relitto i corpi del pilota e del copilota che nell’estremo tentativo di segnalare la posizione dell’aereo avevano appeso ad un faggio una sciarpa ed un cappotto…
E’ triste raccontare quei momenti drammatici…
Presi scarpa e cappotto Vittorio ed i suoi amici iniziano il mesto ritorno.
Circa a metà strada incontrano una pattuglia dell’aeronautica alla quale comunicano di aver trovato l’aereo indicandone la posizione. Il comandante della pattuglia pretende che gli vengano consegnati sciarpa e cappotto.
Vittorio si rifiutò di consegnare quanto richiesto. Ricorda, Vittorio, che a seguito di tale diniego nacque una breve discussione..e ricorda anche, e bene(!), come fossero ben equipaggiati e come disponessero di cibo e bevande…ma che non ne offrirono assolutamente a loro che dal mattino presto infreddoliti ed affamati ancora giravano in montagna…
Raggiunto il convento dei frati Passionisti Vittorio viene accompagnato da uno di loro, un suo amico, al campo sportivo di Sora dove era stato allestito il campo base delle operazioni di ricerca.
Qui un vigile urbano, un collega di suo padre deceduto soltanto qualche mese prima, lo invita a recarsi alla stazione Carabinieri di Sora.
Saputo del ritrovamento del relitto aereo il capitano Zappi organizza immediatamente i soccorsi allo scopo chiedendo consigli a Vittorio.
Questi, spiegata la posizione dell’aereo, l’asperità del terreno e le avverse condizioni climatiche, intuì che soltanto con i muli si sarebbe potuto raggiungere la zona e trasportare in città le salme, per cui Zappi lo incaricò di reperire bestie in numero sufficiente.
L’indomani mattina, alle ore 4, dal convento dei frati Passionisti parte la mesta spedizione di recupero con al seguito 20 muli
Arrivarono sul luogo del disastro alle 8 recuperando i cadaveri delle sfortunate vittime caricandole sui muli con barelle costruite sul posto con i rami dei faggio.
Nell'incidente morirono le tre persone che costituivano l'equipaggio del velivolo e gli otto passeggeri a bordo.
Sembra che i resti dell'aereo siano tuttora ben visibili nell'ambito di un'escursione lungo il sentiero verde del parco.
PROBABLE CAUSE: "1) Errors in estimating the position of the aircraft led the pilot to assume that he was within sight of the lights of the Rome zone. This in turn induced him to place an erroneous valuation on the efficiency of his radio navigational equipment. 2) The request to descend to 6000ft and later to an even level in order to maintain visual contact at all costs, resulted in the aircraft crashing into a mountain when it became impossible to maintain visual contact. 3) The weather conditions were particularly bad on the last stage of flight. 4) Failure to notify air traffic control of the changes made during flight on the original flight plan."
http://www.baaa-acro.com/Dossier%20Photo/I-TAVI.htm
Primo pomeriggio di domenica 31 marzo 1963.
Vittorio Ferrari è a Sora pronto a partire per Frosinone dove Giulio Andreotti avrebbe inaugurato una struttura pubblica.
Un suo amico gli parla di strane luci avvistate nella tarda serata, 20.30/21.00, del giorno precedente, bagliori sinistri oltre la cima di Monte Serra Alta, lato Abruzzo/Balsorano ,visibili nonostante il brutto tempo...
Intanto le voci della scomparsa del DC-3 dell’Itavia partito da Pescara e mai arrivato a Ciampino si moltiplicano…
Vittorio ha un sussulto. Troppo strane quelle luci da poter essere scambiate per fulmini e quell’aereo scomparso, poi…Solo una coincidenza?!...
Vittorio non ha dubbi. Corre alla caserma dei Carabinieri e dopo non poca insistenza riesce a parlare con il capitano Zappi. Gli parla della sua intuizione e riesce a convincerlo ad inviare in esplorazione una decina di Carabinieri.
Verso le ore 19.30/20.00 un gruppo di militari ed alcuni frati partono dal convento dei Frati Passionisti di Sora per effettuare un sopralluogo “alla Serra”.
Niente, dell’aereo nessuna traccia.
Troppo forte la convinzione di Vittorio, troppa la sua conoscenza del posto.
Prepara un pezzo di pane, vino e formaggio e l’indomani, di buon ora, in compagnia di un amico decide di partire alla ricerca dell’aereo.
Durante la faticosa salita i due amici incontrano un gruppetto di ragazzi i quali, in cambio di un po’ di cibo per rifocillarsi, decidono di partecipare alla ricerca dell’aereo.
Ormai inizia a far tardi. Le giornate sono ancora corte, il tempo è pessimo e l’amico di Vittorio sceglie di tornare indietro.
La ricerca continua, lunga e faticosa tra la neve alta ma dell’aereo nulla…
Ore 16.30 di lunedì 02 aprile 1963.
Vittorio ed i suoi amici ormai vinti dalla fatica e sconfortati per la vana ricerca decidono di tornare a Sora. Non per la strada già fatta ma per la cresta così da accorciare il tragitto ed evitare di affondare nella troppa neve.
Circa un terzo del percorso. Vittorio si ferma per riprendere fiato, si gira rivolgendosi per l’ennesima volta a Monte Serra Alta ed… ecco che la sua attenzione viene prepotentemente catturata dalla “V” rossa dell’ala del DC-3 ora così evidente nel candido biancore della neve…
Superato quell’attimo di sbigottimento gli amici si precipitano verso il relitto.
Un primo tentativo fallisce. Troppo uguali dossi e vallette. Tornano indietro.
Riprendono i punti di riferimento e questa volta ecco il relitto dell’aereo.
All’approssimarsi del velivolo gli amici di Vittorio si fermano. Il timore riverenziale per quell’evento così eccezionale quanto drammatico impedisce loro di proseguire.
Solo Vittorio, il più grande di tutti nonostante i suoi appena 23 anni raggiunge il relitto.
Il suo racconto, finora lucido ed appassionato sì fa più greve, partecipato…
Lamiere contorte e bruciate, corpi straziati… quanto dolore….
Poco distante dal relitto i corpi del pilota e del copilota che nell’estremo tentativo di segnalare la posizione dell’aereo avevano appeso ad un faggio una sciarpa ed un cappotto…
E’ triste raccontare quei momenti drammatici…
Presi scarpa e cappotto Vittorio ed i suoi amici iniziano il mesto ritorno.
Circa a metà strada incontrano una pattuglia dell’aeronautica alla quale comunicano di aver trovato l’aereo indicandone la posizione. Il comandante della pattuglia pretende che gli vengano consegnati sciarpa e cappotto.
Vittorio si rifiutò di consegnare quanto richiesto. Ricorda, Vittorio, che a seguito di tale diniego nacque una breve discussione..e ricorda anche, e bene(!), come fossero ben equipaggiati e come disponessero di cibo e bevande…ma che non ne offrirono assolutamente a loro che dal mattino presto infreddoliti ed affamati ancora giravano in montagna…
Raggiunto il convento dei frati Passionisti Vittorio viene accompagnato da uno di loro, un suo amico, al campo sportivo di Sora dove era stato allestito il campo base delle operazioni di ricerca.
Qui un vigile urbano, un collega di suo padre deceduto soltanto qualche mese prima, lo invita a recarsi alla stazione Carabinieri di Sora.
Saputo del ritrovamento del relitto aereo il capitano Zappi organizza immediatamente i soccorsi allo scopo chiedendo consigli a Vittorio.
Questi, spiegata la posizione dell’aereo, l’asperità del terreno e le avverse condizioni climatiche, intuì che soltanto con i muli si sarebbe potuto raggiungere la zona e trasportare in città le salme, per cui Zappi lo incaricò di reperire bestie in numero sufficiente.
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SORA
Le origini di questa bella cittadina, la terza della provincia di Frosinone per numero di abitanti, vengono fatte risalire ai Volsci, popolo di estrazione indo-europea, che scese lungo la valle del Liri attestandosi nel Lazio meridionale, fino al mar Tirreno. La città sorge sulle rive del fiume Liri, all’ingresso della lunga e stretta Valle Roveto, che conduce nel vicino Abruzzo. E’ sovrastata dal monte San Casto, dove sorgeva l’antica acropoli, i cui resti in mura poligonali sono ancora oggi ben visibili. Sulla cima di questo monte, a circa 540 metri, si trova la possente Rocca Sorella, distrutta nel 1229 ed in parte restaurata nel XV° secolo. Nel 345 a.C. Sora dovette sottomettersi alla potenza romana, e dopo essere stata colonia latina, nel 303 divenne municipio, inquadrato nella “lex Julia municipalis”. Fin dagli albori del cristianesimo, Sora fu dichiarata sede vescovile e l’episodio più importante della storia cristiana della città avvenne nel 275 d.C., sotto l’imperatore Aureliano, quando venne martirizzata una giovane cristiana, Santa restituta, Patrona della città. La giovane Restituta Frangipane venne imprigionata, torturata e decapitata presso le rive del fiume Fibreno, in località “carnarium”, dove in seguito sorgerà Carnello. Alla caduta dell’Impero Romano la città di Sora subì i saccheggi e le devastazioni dei barbari, e a partire dal 1072 cadde sotto la dominazione normanna. Nel 1215 Federico II°, per l’aiuto concessogli dal pontefice Innocenzo III°, donò Sora alla Chiesa, ma in seguito ad alterne vicende e contrasti fra i due stati, lo stesso Imperatore distrusse la città nel 1229. Riedificata in parte alla morte di Federico II°, Sora venne dichiarata città regia da Carlo I° d’Angiò con un decreto che poi venne riconfermato nel 1292 dal suo successore Carlo II°. A partire dal XIV° secolo Sora passò nelle mani di vari feudatari, fino al 1796 quando venne riconsegnata al demanio regio in cambio di altri possedimenti. I Signori che via via si alternarono nel possesso della città furono i Tomacelli nel 1399; i Cantelmo nel 1439; i Della Rovere nel 1475; infine i Boncompagni nel 1612 che la tennero fino al 1796. Sora conserva molte testimonianze archeologiche monumentali che permettono di ricostruire la sua storia millenaria. L’epoca preromana è testimoniata dai resti delle mura poligonali sul Colle San Casto. Il Castello di S. Casto, restaurato e fortificato nel 1268 per disposizioni di Carlo d’Angiò, fu ancora ritoccato nel XV° secolo per incarico dei Duchi Della Rovere, dall’architetto Carrara di Bergamo. Acquistato in seguito dai Boncompagni, passò al regio demanio alla fine del secolo XVIII°, dal quale poi Sora l’acquistò nel 1873. L’Area Sacra, nel luogo dove sorge la cattedrale, ancora oggetto di scavo, ha già restituito testimonianze notevoli: due templi e un porticato su un basamento artificiale in opera quadrata. Interessante il torrione medievale aragonese, di forma circolare, l’unico rimasto delle mura medievali, su cui poggia il lato nord della Cattedrale. La Cattedrale di Santa Maria Assunta, edificata sui resti del tempio italico, la cui struttura risale al 1100, è stata rimaneggiata nel XVIII° secolo. Ha il portale principale rivestito di lastre di pietra con motivi ornamentali e l’interno del tempio, a tre navate, presenta lo stile romanico-gotico soprattutto nella navata centrale. Del complesso fanno parte il Palazzo Vescovile ed il Seminario, risalenti alla seconda metà del XVI° secolo. La Chiesa di Santa Restituta è situata sulla piazza omonima, nel cuore di Sora, ed è originaria del X° secolo; più volte distrutta da incendi e terremoti, è stata ricostruita nello schema attuale nel 1928 su modelli romanici, a pianta basilicale, con tre navate e abside riccamente decorata. Sulla facciata si nota un bel rosone; il portale centrale in pietra risale all’XI° secolo; alcune iscrizioni latine-longobarde e frammenti marmorei provenienti da templi pagani sono fissati sulla facciata. Il Convento e la Chiesa di S. Francesco (detto Palazzo della Pretura) risalgono al XIV° secolo, rimaneggiati poi nel XVIII°; a pianta rettangolare con cortile e porticato. Nel suo interno conserva interessanti affreschi del XIV° secolo recentemente riportati alla luce. La Chiesa di Santo Spirito, sulla piazzetta omonima, risale al 1614 e venne fatta costruira dalla duchessa Costanza Sforza Boncompagni. E’ annessa al collegio dei Gesuiti e collegata ad esso tramite un grande arco. Per la sua costruzione venne utilizzato materiale proveniente dall’antico tempio di Serapide e conserva al suo interno il corpo di San Giuliano. Lungo Corso Volsci, l’arteria principale della città’, si incontra il monumento al Cardinale Cesare Baronio, uno degli artefici della Controriforma cattolica, e la Chiesa di San Bartolomeo, a tre navate e rimaneggiata dopo il terremoto del 1915. Risale al XIII° secolo e conserva pregevoli cimeli baroniani: il Crocifisso ligneo del 1564, opera di Tiberio Calcagni, allievo di Michelangelo e una tela di Sebastiano Conca, raffigurante la Madonna del Divino Amore. L’Abbazia di San Domenico, fondata intorno al 1011, in stile romanico, è posta sul lungo viale che porta ad Isola Liri, alla confluenza dei due fiumi Fibreno e Liri. La monumentale chiesa, dalle linee semplici e severe, è una delle più interessanti della nostra provincia. Venne fatta erigere dal Governatore di Sora ed Arpino, il longobardo Pietro il Maggiore, su consiglio del monaco benedettino Domenico da Foligno, fondatore di altri monasteri e chiese, uno dei personaggi più venerati del tempo. Per la sua costruzione vennero utilizzati i resti notevoli di un grande edificio civile di epoca romana, da molti storici attribuito alla famiglia di Marco Tullio Cicerone. All’inizio il Monastero venne affidato ai monaci della Certosa di Trisulti, fondata dallo stesso San Domenico, e dopo la morte del Santo, nel 1031, l’Abbazia di San Domenico legò il suo nome alla Abbazia di Casamari. Nel XIV° secolo inizia un lungo periodo di decadenza, aggravato dalla istituzione della cosiddetta “commenda”, che decretò il disfacimento morale e materiale di molti monasteri. Nel 1653 papa Innocenzo X°, vista le generale rovina del monastero, ne decretò la chiusura al culto. A partire dal 1789 San Domenico restò una filiale della Chiesa di San Silvestro di Sora e nella primavera del 1799 fu saccheggiata dalle truppe del generale francese Macdonald. Nel 1831, per volontà dell’Abate di Casamari, Micara, i Cistercensi ripresero possesso del monastero e tutt’oggi lo custodiscono e lo tengono aperto ai visitatori. L’interno è a forma basilicale, a tre navate, con copertura a capriate e pareti decorate in finto travertino; lo spazio è scandito da dieci pilastri, sormontati da una doppia fila di cinque finestre ad ogiva. Il presbiterio, rialzato, si raggiunge attraverso due scalinate laterali e la parete sovrastante l’ingresso è arricchita dalla “schola cantorum” in finta pietra. Sul portale maggiore vi è una lastra semicircolare di marmo, importata dalla Grecia, e che forse costituiva l’architrave della ricca villa di Cicerone. La cripta conserva tutta la bellezza dello stile primitivo, con le eleganti absidi semicircolari, coronate da piccoli archi, poggiano su peducci di derivazione longobarda. Nel cortile interno dell’Abbazia, si trovano numerosi frammenti di colonne, capitelli ed iscrizioni di epoca romana, e vicino la Chiesa si ammira un monumento funebre, forse il sepolcro della famiglia di Cicerone.
ASTROARCHEOLOGIA
ASTROARCHEOLOGIA: ANTICHI SITI TERRESTRI RIPRESENTANO IMPORTANTI CONFIGURAZIONI ASTRONOMICHE
L’astro-archeologia studia i monumenti megalitici che sono presenti a migliaia in Europa, in Africa, in America, il più famoso dei quali è certamente Stonehenge. L’ipotesi fondamentale alla sua base è che la struttura dei megaliti, la loro dimensione e la forma abbiano una relazione con la posizione dei corpi celesti e la configurazione della Terra. E che quindi siano la testimonianza unica di un sapere astronomico antichissimo e ricco di verità bollate nei secoli come eretiche forse perché provenienti da civiltà sconfitte dalla storia. Aztechi, Toltechi, Olmechi, Inca, Maya: centro e sud America sono un mosaico ininterrotto di reami perduti, di città abbandonate e civiltà scomparse, di rovine che lasciarono senza fiato anche i conquistadores spagnoli.
Grandi piramidi a gradoni, intricati bassorilievi, sofisticati calendari astronomici, complessi riti di mummificazione caratterizzano queste antiche culture e sembrano riportarci quasi magicamente nella Mesopotamia e nell’Egitto di migliaia di anni fa, mostrandoci che in antichità sulla Terra si sono verificati dei veri e proprio miracoli tecnologici.
Secondo i teorici degli Antichi Astronauti, tutti questi ritrovamenti sono indizi di un contatto avvenuto migliaia di anni fa tra i nostri antenati e viaggiatori extraterrestri. Ma se esistono prove della venuta di questi viaggiatori cosmici sulla Terra, se ne possono trovare delle altre anche altrove? Potrebbero trovare ciò che stanno cercando i ricercatori in qualche angolo del Sistema Solare?

Nell’Antica città Maya di Teotihuacán, in Messico, le prove suggeriscono che le culture antiche possedevano una conoscenza incredibilmente accurata dei nostri pianeti vicini. Alcuni studiosi hanno addirittura interpretato il numero e l’orientamento delle sue piramidi come un riflesso perfetto del nostro Sistema Solare.
Lungo L’Avenida de los Muertos (Il Viale dei Morti) le piramidi sarebbero allineate in modo tale da ricreare la posizione perfetta di ciascuna orbita di ogni pianeta del nostro Sistema Solare. Forse, è significativo il fatto che la Grande Piramide del Sole sia posizionata al centro delle altre strutture, riflettendo il fatto che il Sole è al centro del nostro Sistema Solare e che i pianeti vi ruotino attorno.
Questo lascerebbe supporre che già allora era un fatto noto che il Sole fosse il centro del moto planetario, cosa che la scienza occidentale scoprì molto tempo dopo. Ma come potevano gli architetti di Teotihuacán sapere, già all’epoca, che i pianeti orbitano attorno al Sole?

Gli archeologi classici bollano questo indizio come una mera coincidenza. Ma se andiamo dall’altra parte del pianeta, a Stonehenge, troviamo un altro sito molto più antico della città di Teotihuacán. Osservando il sito dall’alto, si nota che la struttura è composta da una serie di cerchi concentrici e i cerchi corrispondono esattamente con le orbite di tutti i pianeti del nostro sistema solare. Perciò, abbiamo due posti sulla Terra che presentano la stessa caratteristica.

In anni recenti, Stonehenge è stato interpretato da alcuni archeologi anche come una specie di calendario astronomico che poteva essere usato per calcolare eventi come le eclissi solari. Ma se questo fosse vero, chiunque allineo questi massi enormi nel paesaggio brullo inglese avrebbe dovuto avere una conoscenza astronomica precisa del percorso del Sole.
I Templi di Tikal
Costruiti tra il VI e il IX secolo, i templi di pietra Tikal, la più estesa delle antiche città Maya, torreggiano a più di 60 metri al di sopra della foresta pluviale del Guatemala. Tikal ospita uno dei più grandi scavi del mondo, dove migliaia di strutture sono ancora sepolte sotto la giungla.
Secondo la maggior parte degli scienziati, le piramidi di Tikal giocarono un ruolo essenziale nell’elaborazione del Calendario Maya. Tracciando delle linee dai punti più alti delle strutture, gli antichi astronomi potevano definire con precisione le date più importanti dell’anno come un equinozio o un solstizio.
Ma ciò che entusiasma i teorici degli Antichi Astronauti è il modo in cui la disposiozione delle piramidi di Tikal rispecchia esattamente la mappa stellare della costellazione delle Pleiadi nel cielo. La vista delle strutture dall’alto, rispecchia quasi esattamente l’allineamento della costellazione e, cosa più interessante, questa stessa configurazione riscontrata a Tikal è stata notata in un altro luogo molto molto distante.


Su Marte, di recente, nella regione conosciuta come Cydonia – il luogo del famoso volto di Marte – è stato scoperto un gruppo di formazioni rocciose che replica quasi perfettamente il modello delle piramidi di Tikal.



Tre luoghi distinti, un unico modello. Coincidenza o progettazione? Le leggende e i miti che caratterizzano Tikal parlano tutti di un’epoca in cui gli dèi si mescolavano ed entravano in contatto con i nostri antenati.
Quindi, Tikal potrebbe essere stata costruita anche come messaggio per le generazioni future per dire loro che, molto tempo fa, ci fecero visita dei viaggiatori di un altro mondo. Ma perchè le popolazioni antiche erano così concentrate sul cielo e le stelle? Stavano aspettando che accadesse qualcosa? O forse che qualcosa, o qualcuno, tornasse?
domenica 20 dicembre 2015
Las misteriosas figuras de Kazajistán retratadas desde el espacio. Desde el suelo, es un paisaje poco memorable.
Pero desde el aire, a una distancia de aproximadamente 700 Km, esta enorme superficie desierta en el norte de Kazajistán tiene un aspecto más que singular.
Una serie de fotos satelitales reveladas días atrás por la NASA muestran en detalle gigantescas figuras geométricas –que recuerdan a las famosas líneas de Nazca en Perú o a los geoglifos en el norte de Chile– que sólo pueden reconocerse como tales desde dicha perspectiva.
Son cuadrados, cruces y esvásticas que se extienden por un terreno que abarca varias canchas de fútbol y que, según investigadores, podrían tener una antigüedad de alrededor de 8.000 años.
En total –entre montículos, zanjas y terraplenes– hay al menos 260 rasgos ordenados en cinco formas básicas.
La más grande de las estructuras, localizada cerca de un asentamiento neolítico, es un cuadrado formado por 101 montículos cuyas esquinas opuestas están conectadas por una cruz en diagonal.
El área combinada de esta formación es superior a la de la Gran Pirámide de Keops en Egipto.
Observatorios
Estos extraños dibujos, en la región de Turgai, fueron descubiertos por Dmitriy Dey –economista y amante de la arqueología– en 2007, gracias a Google Earth.
Desde entonces, su origen y función continúan intrigando a los investigadores.
"Nunca he visto algo como esto. (Las estructuras) son extraordinarias", señaló Compton J. Tucker, uno de los científicos de la NASA involucrado en la publicación de las imágenes.
En opinión de Dey, los dibujos no fueron creados para ser vistos desde arriba.
Dey cree que lo más probable es que las figuras creadas por las líneas puntuadas por montículos hayan sido "observatorios horizontales para seguir el movimiento del sol naciente", una teoría que también se utiliza para explicar la función de Stonhenge, el monumento de piedra en el sur Inglaterra.
Antiguamente, tribus de la Edad de Piedra se trasladaban para cazar a esta región.
Según Dey, la cultura Mahanzhar, que habitaba la zona entre los años 7.000 a.C. y 5.000 a.C., podría haber creado algunas de las estructuras más antiguas.
Más fotos
La propuesta de Dey pone en entredicho las ideas establecidas sobre las culturas nómades, ya que hasta ahora se creía que los grupos cazadores recolectores no permanecían suficiente tiempo en un lugar como para crear construcciones de semejante escala, como la que se observa en Kazajistán.Construir estas estructuras, además, requiere un gran número de personas e implica "un esfuerzo enorme", explica Giedre Motuzaite Matuzeviciute, arqueóloga de la Universidad de Cambridge, en Reino Unido, quien visitó el sitio el año pasado.
Matuzeviciute también duda en calificar a estas líneas de geoglifos –como las enigmáticas líneas de Nazca en Perú– ya que este nombre se emplea cuando el propósito es artístico y no cuando el objeto tiene una función.
Hasta el momento, el estudio de las estructuras ha avanzado a paso lento y los investigadores esperan que la publicación de las fotografías de la NASA contribuya a aumentar el interés por el tema.
La NASA ciertamente está interesada: ha incluido la toma de más fotografías a la lista de tareas de los astronautas actualmente a bordo de la Estación Espacial Internacional, que esta semana celebra su 15º aniversario desde que está continuamente habitada.
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