mercoledì 25 novembre 2015

Archeoastronomia: la scienza delle stelle e delle pietre

Dal numero di Lettera matematica pristem n. 83 pubblichiamo l'articolo di Giulio Magli che ci spiega cosa sia l'Archeoastronomia.


1. Introduzione
Non siamo abituati a guardare le stelle. Del resto, purtroppo, è inevitabile. Solo chi vive lontano dalle città può sfuggire all’inquinamento luminoso delle luci cittadine e all’inquinamento dell’aria, fattori che impediscono di vedere la maggior parte degli astri. Un tempo, tuttavia, non era così. Nell’antichità lo studio dei cicli celesti era legato ad un complesso apparato simbolico connesso con la religione, il culto funerario e la struttura sociale e dunque anche con la gestione del potere. Gli astri entravano in modo fondamentale nello scandire le attività pratiche (quali la semina e il raccolto) ma anche le attività religiose e politiche (quali le feste e le celebrazioni annuali); come conseguenza di tutto ciò, l’osservazione del cielo è antichissima. Forse la Matematica nacque proprio per archiviare informazioni sui cicli celesti, come le fasi della Luna. In ogni caso, fin da tempi remotissimi le osservazioni ad occhio nudo del sorgere e del tramontare delle stelle brillanti vennero registrate, ad esempio a Babilonia su tavolette d’argilla e in Egitto nelle così dette liste decanali, dipinte all’interno dei sarcofagi del Medio Regno. Tuttavia, la registrazione non era il solo modo di immagazzinare informazioni di carattere astronomico. Un’altra possibilità, che venne usata sia da popoli che non avevano la lingua scritta, come ad esempio i costruttori di Stonehenge (il famoso circolo di grandi pietre che si trova presso Salisbury in Gran Bretagna), sia da popoli che invece ebbero la scrittura fin da tempi remotissimi, come gli Egizi, era di usare allineamenti astronomici.
Gli allineamenti astronomici erano un modo di incorporare le conoscenze astronomiche nell’architettura, orientando gli assi o altri elementi significativi di templi e monumenti verso il sorgere o il tramontare del sole o di stelle brillanti. In certi casi l’intero paesaggio costruito conteneva riferimenti ai cicli celesti, tanto che la pianificazione urbanistica di molte città avvenne tenendo conto di criteri di orientamento astronomico.
La giovane scienza che studia questo affascinante argomento, nata negli anni Sessanta con Gerald Hawkings e Alexander Thom, prende il nome di Archeoastronomia. Si tratta di una disciplina ormai ben consolidata la cui importanza è andata crescendo quando ci si è resi conto che fornisce una chiave di lettura spesso nuova e inaspettata di molti importanti monumenti. Tuttavia, come ogni disciplina innovativa, ha incontrato e incontra difficoltà di vario genere. In particolare è necessario tenere presente che, quando si parla di “pietre e stelle”, si ha facile presa sul grande pubblico e questo ha generato miriadi di sedicenti archeoastronomi che con questa disciplina hanno di fatto ben poco a che vedere. In ogni caso, lo studio archeoastronomico è ormai considerato indispensabile e ovvio complemento di qualunque scavo archeologico in molti contesti, ad esempio nelle Americhe, e la sua importanza è sempre più riconosciuta sia in Europa che in Egitto. Inoltre, l’Archeoastronomia è destinata a svolgere un ruolo crescente nella valorizzazione, nella fruizione e nella salvaguardia dei beni culturali e proprio a questo scopo l’Unesco World Heritage ha recentemente iniziato a considerare la possibilità di porre sotto specifica tutela i monumenti più significativi dal punto di vista archeoastronomico.

2La Piramide di Cheope e le stelle
Per mostrare quali sono le potenzialità dell’Archeoastronomia, e nello stesso tempo cercare di dare un’idea del fascino che il loro studio esercita (almeno sul sottoscritto, s’intende), vorrei parlare dei legami con le stelle di quello che probabilmente è il monumento più famoso, enigmatico e interessante dell’intera storia dell’umanità, la Piramide di Cheope. Si tratta di un monumento antichissimo e “muto”, sul quale cioè non si è conservata nessuna informazione scritta, anche se la scrittura esisteva in Egitto già da 700 anni. Lo studio dei suoi legami astronomici è dunque una delle chiavi che ci permettono di conoscere meglio la società, la cultura, la religione e le (spesso negate) conoscenze scientifiche dei suoi costruttori, conoscenze che permisero loro di incorporare l’Astronomia in una complessa e raffinata opera d’ingegneria.
Sezione della Grande Piramide: 1)Ingresso originale 2)Ingresso attuale 3)Condotto discendente 4)Camera Sotterranea 5)Pozzo 6)Camera della Regina 7)Grande Galleria 8)Condotti 9)Camera del Re

La Piramide di Cheope si trova nella Piana di Giza, nei pressi della capitale egiziana, il Cairo. Non è certo il caso di entrare qui nei complessi problemi tecnici legati a questo edificio e quindi ricorderò soltanto che si tratta di uno degli oggetti più grandi e pesanti mai costruiti dall’uomo (la base, quadrata, è larga 230 metri e l’altezza in origine sfiorava i 147 metri, più o meno come un grattacielo di quaranta piani). La piramide fu costruita seguendo standard rigidissimi. In particolare è orientata secondo i punti cardinali con una grande precisione (la deviazione è attorno ai 3’, cioè 1/20 di grado) e fu realizzata sovrapponendo 210 corsi (cioè “piani”) di grossi blocchi di pietra calcarea pesanti due-tre tonnellate l’uno, per un totale di non meno di 2.200.000 blocchi. Il monumento era rivestito di lastre di calcare bianco, che lo facevano risplendere a grande distanza. Durante la costruzione delle piramidi, gli angoli venivano tenuti sotto stretto controllo tramite la scelta di pendenze razionali: quella della Piramide di Cheope è 14/11.
La costruzione avvenne attorno al 2500 a.C. nel corso del così detto Antico Regno della storia egizia, per ordine del faraone Cheope, il cui nome però – per uno strano scherzo della storia – appare soltanto su alcune scritte tracciate dalle maestranze sulle pareti di alcune camere secondarie. Nessun’altra iscrizione od oggetto (e tanto meno la mummia) sono stati mai ritrovati nella piramide, che è probabilmente stata spogliata completamente dai ladri già nell’antichità. La piramide è quindi un monumento terribilmente muto che dà al visitatore una impressione profonda di antichità lontana e distante, difficile da sondare. Al suo interno, collegate da stretti condotti, si trovano tre camere principali. Una camera sotterranea (abitualmente ritenuta incompiuta) e due camere superiori, tradizionalmente chiamate Camera della Regina e Camera del Re. La Camera della Regina contiene solo una nicchia, nella quale probabilmente si trovava una statua di Cheope. In essa quasi certamente venne compiuto il rito detto della “Apertura della Bocca”, una cerimonia durante la quale la bocca della statua veniva toccata con uno strumento ad ascia, probabilmente in analogia con ciò che si faceva con i neonati. L’ascia aveva la forma della costellazione dell’Orsa Maggiore (che gli Egizi individuavano come una Gamba di Toro) perché, come vedremo tra un istante, la vita nell’aldilà era strettamente connessa al cielo. Nella Camera del Re si trova il sarcofago in granito rosa che deve aver contenuto la mummia del faraone. Per il resto, l’unico elemento che rompe questa monotonia è la presenza di due piccole aperture, grandi quanto un fazzoletto, una sulla parete a nord e l’altra su quella a sud, in entrambe le camere.
Le aperture costituiscono l’imbocco di due stretti condotti che, dopo un breve tratto orizzontale, puntano verso l’alto. Gettando un’occhiata all’interno, si prova una sensazione strana, come se fossero i condotti di una sorta di posta pneumatica, destinati non al passaggio (e del resto solo un criceto potrebbe avventurarvisi) ma ad una qualche altra forma di comunicazione. I condotti inferiori non sboccano all’esterno e fino a poco tempo fa non si sapeva dove finissero; i condotti superiori sboccano sulla superficie delle facce nord e sud, alla stessa quota, a quasi ottanta metri d’altezza. Non ci sono dubbi sul fatto che la realizzazione di questi condotti apparentemente semplice fu invece una complessa impresa di ingegneria: infatti bisognava non solo far sì che il peso enorme dei blocchi sovrastanti non ne provocasse il cedimento, ma anche evitare il rischio che i blocchi che li costituiscono, essendo posti su un piano inclinato, scorressero verso il basso. Dunque, senza dubbio il progettista doveva essere molto motivato per avventurarsi nella loro realizzazione. In passato, la maggior parte degli egittologi ha pensato che questi condotti furono realizzati per permettere il passaggio dell’aria nella camera e dunque la respirazione degli operai che lavoravano alla costruzione e alla rifinitura della stessa. Questa ipotesi tuttavia è ben difficilmente sostenibile per una serie infinita di motivi, ad esempio per il fatto che in realtà è sempre stato possibile ai visitatori respirare nella camera in virtù dell’aria che arriva dall’accesso principale, anche quando i condotti erano ostruiti da millenni di accumulo di detriti. Inoltre, anche volendo aerare, sarebbe stato molto più semplice realizzare un “tubo” verticale in prossimità della parete via via che la costruzione proseguiva e comunque sia era illogico costruire due condotti.
Panoramica delle due grandi piramidi di Giza dalla zona della Sfinge (cortesia di Giulio Magli)

I canali della Piramide di Cheope dunque costituiscono (o meglio costituivano) un enigma affascinante e complesso. Nel 1964 però l’astronoma Virginia Trimble e l’egittologo Alexander Badawy ebbero l’idea che potessero essere in realtà dei condotti simbolici, allineati astronomicamente e costruiti per dei motivi legati al culto funerario. Tenendo conto della precessione, cioè della lenta rotazione dell’asse terrestre attorno alla normale all’eclittica, i due studiosi simularono come appariva il cielo, a Giza, nell’età delle piramidi. Ben presto si resero conto che il condotto nord della Camera del Re puntava verso la culminazione della stella polare dell’epoca, la stella Alpha Draconis (in virtù della precessione dell’asse terrestre attorno alla normale all’eclittica, il polo nord celeste si sposta rispetto alle stelle ed è solo nel nostro periodo che si trova vicino alla stella che chiamiamo “polare”). Il condotto sud puntava sulla culminazione (cioè sul punto più alto raggiunto all’orizzonte sud) della Cintura di Orione, cioè delle tre brillanti stelle che si vedono splendere “al centro” di questa costellazione. Trimble e Badawy si resero anche conto che proprio queste due regioni del cielo erano fondamentali nella concezione egizia dell’aldilà, così come è testimoniato nei testi detti Testi delle Piramidi. Da questi testi si de duce infatti che il faraone aveva un destino “celeste”: avrebbe navigato nel cielo sulla barca di Ra, il dio sole, e sarebbe diventato una stella compagna di Orione (Osiride) e Sirio (Iside). Inoltre, un posto privilegiato per il re defunto era a disposizione fra le così dette stelle imperiture, le stelle così vicine al polo nord celeste da non tramontare mai. Prima del 1964 c’era quindi un affascinante problema da risolvere, quello di capire il motivo per cui furono realizzati i condotti della Camera del Re; dal 1964 c’è la soluzione, si tratta di condotti stellari orientati verso le due regioni del cielo citate dai Testi delle Piramidi. L’Archeoastronomia ha dunque permesso di risolvere un problema architettonico importante e ci ha inoltre fornito informazioni sul mondo in cui queste persone vivevano, sul loro pensiero religioso e sulle loro conoscenze astronomiche. Negli ultimi anni nuove indagini effettuate con dei piccoli robot sui condotti inferiori, quelli che partono dalla Camera della Regina, hanno mostrato che anche questi condotti si addentrano in diagonale nel cuore del monumento fino a fermarsi di fronte a piccole porte dotate di maniglie. Sono probabilmente porte simboliche che il re doveva attraversare, come prescritto nei Testi delle Piramidi. Anche questi condotti, infatti, puntano su precisi obiettivi celesti: sono le stelle dell’Orsa Maggiore per il condotto nord e Sirio per il condotto sud.

3Giza e il Sole
La disposizione delle piramidi di Cheope e dei suoi successori Chephren e Micerino nella Piana di Giza ha generato e continua e generare una serie infinita di interpretazioni esoteriche che hanno ben poco a che vedere con la realtà dei fatti e con la mentalità degli antichi architetti egizi. I loro messaggi erano infatti espliciti, anche se spesso simbolici, e molti di questi messaggi si possono leggere ancora oggi tranquillamente. Basta saper guardare. Il modo migliore per capire è, ancora una volta, partire dall’Astronomia. Fu infatti il Sole a governare il progetto della Piana.
Giza, solstizio d'estate. Il sole tramonta al centro tra le due grandi piramidi, ricreando il geroglifico Akhet, il nome del complesso di Cheope (cortesia di Giulio Magli)

Per iniziare, osserviamo che non ci sono dubbi sul fatto che i monumenti non sono disposti a caso ma secondo una regola a cui i vari costruttori si sono inspirati nel corso del tempo. Si tratta tuttavia di una regola, almeno a priori, incomprensibile. Prima di tutto, infatti, la Piramide di Cheope è molto vicina al ciglio roccioso della Piana e questo ha comportato numerose difficoltà nel corso della costruzione della strada rialzata che sale ad essa dalla Piana del Nilo. Inoltre, costruendo la sua piramide dove si trova, Cheope lasciò libero il posto migliore, che è chiaramente quello dove sarebbe sorta la seconda piramide. La Piramide di Chephren è infatti posta nel punto più alto all’orizzonte ovest, tanto che l’edificio sembra più alto di quello di Cheope anche se non lo è; in aggiunta, la Piana si sviluppa dolcemente alla sua base, facilitando la costruzione. Malgrado questo, probabilmente il luogo migliore in assoluto sarebbe stato alcune decine di metri più a est. Infatti, per costruire la seconda piramide esattamente dove la si volle costruire, fu necessario tagliare la roccia viva in profondità e per molte centinaia di metri in corrispondenza del lato ovest. Questo taglio è ancora oggi visibile e costituisce una delle più incomprensibili e raffinate (anche se poco appariscenti ad un occhio non attento) opere di ingegneria mai realizzate nella Piana. Infine, la posizione della terza piramide è a sua volta difficilmente comprensibile: si trova infatti molto lontana da tutto e da tutti, quasi sperduta nel deserto, senza alcun apparente motivo geologico o logistico.
Di fatto, il complesso costituito dalle due grandi piramidi mostra segni abbastanza chiari di essere stato concepito in modo unitario, secondo un progetto a cui il costruttore della terza piramide si è poi uniformato. Il luogo migliore per rendersi conto della esistenza di questi indizi è la zona dei due grandi templi che si trovano alla base della strada rialzata della seconda piramide. Quello più a sud, ben conservato e costruito con giganteschi blocchi di pietra pesanti quanto locomotive diesel, è il Tempio in Valle di Chephren, dove veniva perpetuato il culto del faraone defunto. L’altro – a fianco – è il Tempio della Sfinge, posto di fronte alla gigantesca statua il cui volto umano è scolpito in una roccia affiorante, mentre il corpo di leone fu ricavato scavando un grande fossato. È da questa zona che è possibile osservare, una volta all’anno tutti gli anni dal 2500 a.C. circa, un fenomeno emozionante e spettacolare. Al solstizio d’estate, il Sole tramonta nel punto di mezzo tra le due grandi piramidi. Questa immagine forma una replica gigantesca del geroglifico  - Akhet composto dal disco solare che tramonta – o sorge – tra due montagne. Questo geroglifico significava “orizzonte”, un orizzonte però simbolico, legato alla rinascita e alla vita oltre la morte e in quanto tale associato alla Grande Piramide che era chiamata “Orizzonte di Cheope”.
Legami con il ciclo solare sono presenti anche nel progetto delle due strade rialzate delle grandi piramidi, che puntano verso il tramonto del Sole nei due punti “a metà strada” tra equinozi e solstizi. È interessante notare che, poiché la velocità di spostamento del Sole all’orizzonte non è costante, questi due punti non corrispondono a una divisione in due metà uguali dei periodi tra equinozi e solstizi; si tratta dunque più di una divisione geometrica del cammino del Sole nel corso dell’anno che di una divisione di tipo calendariale.
Fu in definitiva la volontà di realizzare un complesso sistema di allineamenti astronomici uno dei fattori determinanti per il posizionamento delle due grandi piramidi di Giza, forse concepito inizialmente tutto da Cheope e poi portato a termine dal secondo figlio regnante Chephren (il diretto successore di Cheope fu Diedefra, che regnò per pochi anni) che si fece seppellire nella seconda piramide. Esiste però un altro fattore, altrettanto importante, di tipo topografico.
Pianta della Piana di Giza: 1-2-3 Piramidi principali, 4-5-6 Templi funerari, 7-8-9 Strade rialzate, 10 Zona del Tempio in Valle della prima piramide, 11-12 Templi in Valle delle altre due piramidi, 13 Sfinge, 14 Tempio della Sfinge

È noto da molto tempo (di fatto già dal XIX secolo) che le piramidi di Giza hanno una forte connessione geometrico-simbolica con Eliopoli, la città sulla riva est del Nilo che era – già a partire dalle prima dinastie – un importantissimo centro di culto solare, sorta di “umbilicus mundi” del Paese. Questo legame è dovuto al fatto che le due grandi piramidi definiscono una “diagonale”, cioè una linea ideale che collega i loro angoli sud-orientali (sulla quale si allinea poi con una certa precisione anche l’angolo sud-orientale della terza piramide). Se si prolunga questa “diagonale di Giza”, essa punta proprio nella direzione del tempio di Eliopoli (il tempio è oggi perduto ma la sua posizione è indicata da un grande obelisco del Medio Regno rimasto in sede). Di fatto, come ha dimostrato l’egittologo David Jeffreys, tutte le piramidi dei faraoni che hanno dichiarato una “affinità con il Sole” sono state costruite in zone della riva ovest del Nilo che erano inter-visibili con il Tempio del Sole. L’intero paesaggio della Piana dell’antica capitale Menfi fu quindi pensato per essere “attraversato” da linee di vista che connettevano i monumenti con Eliopoli. In particolare, in conseguenza dell’allineamento, quando ci si avvicina alla zona in cui sorgeva Eliopoli le due grandi piramidi di Giza sembrano “contrarsi” l’una sull’altra finché alla fine le loro immagini si fondono in una specie di “miraggio” e solo la Grande Piramide rimane visibile. Chiaramente Micerino, sotto il cui regno iniziò la costruzione della terza piramide, non avrebbe potuto permettersi di distruggere questo messaggio lasciato dai suoi avi e fu dunque costretto a scegliere la posizione, molto defilata, che permettesse alla sua piramide di “accodarsi” lungo la diagonale. Se poi avesse anche in mente che in questo modo le tre piramidi sulla piana avrebbero avuto una certa somiglianza con le tre stelle di Orione nel cielo, come vuole una famosa e controversa teoria, probabilmente non lo sapremo mai.
Quello che è certo è che ancora oggi – e sono passati 4500 anni – chiunque guardi l’orizzonte occidentale dalla vallata del Cairo non può avere dubbi su chi ne è il proprietario: l’orizzonte appartiene a Cheope.

4Conclusioni e prospettive
L’Archeoastronomia è in definitiva – se usata con le dovute cautele – uno strumento formidabile per capire la mentalità e le idee dei costruttori di tanti monumenti del passato e, di conseguenza, le conoscenze e il mondo simbolico e religioso delle corrispondenti civiltà. In molti casi le nostre conoscenze sono solo all’inizio. Ad esempio, molto rimane ancora da esplorare sui legami tra l’Astronomia e il mondo simbolico e religioso degli Etruschi, dei popoli italici e dei Romani. Purtroppo, però, il fascino esercitato da questa disciplina sul grande pubblico provoca una proliferazione di “ricerche alternative” che hanno ben poco a che fare con la scienza. Un esempio molto attuale di come l’Astronomia del passato venga fraintesa, per non dire di peggio, è la celeberrima teoria che vuole che i Maya abbiano previsto la fine del mondo per il dicembre 2012.
I Maya furono una delle grandi civiltà pre-colombiane, fiorita tra il terzo e il nono secolo d.C. e finita repentinamente, per motivi ancor oggi poco chiari, molti secoli prima dell’arrivo degli europei. Il mondo e la vita dei Maya erano inestricabilmente legati sia alla natura – erano infatti agricoltori formidabili, dotati di raffinate tecniche di terrazzamento e irrigazione – che alla sua “controparte” sovrannaturale, rappresentata da un insieme di divinità estremamente complesso. L’Astronomia giocava un ruolo fondamentale sia ai fini pratici che a quelli religioso-simbolici e di conseguenza i Maya furono astronomi formidabili.
Chicén Itzá, equinozio di primavera. Il sole disegna il corpo del serpente piumato, la cui testa è scolpita alla base della scalinata


  • 25NOV 201516.53

L’uomo del tempo

Evgenia Arbugaeva (1985) è cresciuta a Tiksi, una cittadina a nord della Russia siberiana, ascoltando storie sugli esploratori e gli scienziati, persone coraggiose che dedicano la loro vita allo studio delle zone più remote dell’Artico: “Per me erano come dei maghi, perché possedevano una conoscenza a cui non sapevo come avvicinarmi”.
Dopo avere studiato presso l’International center of photography di New York, comincia a interessarsi veramente delle stazioni meteorologiche del polo nord grazie a una spedizione in slitta con suo padre, allevatore di husky, il fratello e un paio di amici. In questo viaggio Arbugaeva rimane particolarmente colpita dalle persone che incontra e vivono nel mezzo del nulla e decide di esplorare questo strano universo con la macchina fotografica.
Presto però l’idea romantica che coltivava fin da bambina si scontra con la modernità della attuali stazioni: fredde, abitate da giovani chini su computer portatili e che lavorano in questi posti solo per brevi periodi. Dopo la spedizione in slitta, nel 2013 ne visita altre a bordo di una nave rompighiaccio finché qualcosa di speciale la fa fermare a Chodovaricha.
Weather man, 2014. - Evgenia Arbugaeva, Courtesy of The Photographers’ gallery
Weather man, 2014. 
Qui vive Vjačeslav Korotkij, un meteorologo che in completa solitudine monitora le temperature, le nevicate e i venti. “Sapevo che da qualche parte esisteva qualcuno come lui”. Slava (diminutivo di Vjačeslav) non parla molto ma tra i due si instaura una specie di connessione, in un’atmosfera surreale che intriga subito la ragazza che, prima di scegliere la fotografia, voleva fare la pittrice.
Grazie a varie borse di studio, Arbugaeva riesce a tornare più volte da Slava e sceglie di farlo in inverno perché in questa stagione nell’Artico è sempre buio, la condizione perfetta per creare l’atmosfera che ha in mente. Nasce così Weather man, il racconto di un’esistenza solitaria in un ambiente ostile e lontano dalla civilizzazione. Lo stile della fotografa, definito da lei stessa come qualcosa di simile al realismo magico, unisce il documentario con la messa in scena, per creare composizioni profondamente legate ai miti e alle fiabe e che rievocano sempre un’età dell’innocenza ormai perduta.
Weather man, 2014. - Evgenia Arbugaeva, Courtesy of The Photographers’ gallery
Weather man, 2014. 
Perduta è infatti anche l’esperienza di Chodovaricha: la stazione, nata negli anni trenta, è stata chiusa, Slava è andato in pensione ed è tornato dalla moglie ad Archangelsk, città sulle rive della Dvina Settentrionale, in Russia. “Ho parlato con lui di come sarebbe stato tornare a vivere in un luogo abitato. Non gli piacciono il traffico, le persone sgarbate e che vanno di corsa, ha paura delle automobili e odia dover camminare solo dove si ‘può’. È abituato a camminare dove vuole”, racconta Arbugaeva e aggiunge “probabilmente si stabilirà nella vecchia casa dei genitori, vicino a un fiume dove stare in pace con la natura, nel modo in cui desidera”.
Weather man fa parte della mostra Arctic stories, in cui viene presentato anche un altro lavoro della fotografa, Tiksi (2012), dedicato alla sua città natale, e che è in corso alla Photographers’ gallery di Londra fino al 16 gennaio 2016. (Giovanna D’Ascenzi)

domenica 15 novembre 2015

Ceprano: Museo Archeologico di Fregellae
 Le origini
Inaugurato nel 1989 e completato nel 1991, il Museo ospita, in quattro sale poste al piano terreno del palazzo comunale di Ceprano, alcuni reperti significativi provenienti dal sito dell'antica Fregellae. Obiettivo primario della raccolta museale è una sorta di itinerario didattico che, pur nei limiti imposti dallo spazio a disposizione, offra una lettura articolata e completa della storia e della vita quotidiana di Fregellae. A questo scopo è fondamentale la presenza di pannelli esplicativi delle principali tematiche concernenti l'antica città e di plastici e grafici ricostruttivi dei maggiori monumenti cittadini. Nella prima sala sono leggibili diversi pannelli che illustrano la storia e la topografia di Fregellae. Nel lato di sinistra sono conservati alcuni significativi frammenti dell'altare in tufo del santuario di Esculapio. Tale attribuzione è stata resa possibile dal ritrovamento della fascia superiore dell'altare recante l'iscrizione F…AISC(OL)AP(IO), dedicata evidentemente al dio greco della medicina. Tra la lettera F (interpretabile come l'abbreviazione di filius o di fecit) e il resto dell'iscrizione sono ancora visibili sei chiodini infissi nel tufo, che anticamente dovevano sostenere una piccola iscrizione su lastra bronzea. Nel lato destro della sala è visibile un modellino ricostruttivo dell'antico complesso cultuale del santuario di Esculapio. Consisteva in un portico colonnato di stile dorico a tre bracci, all'interno del quale era contenuto il tempio, che sorgeva su di un podio in cementizio, del tipo a "cella trasversale". Questa particolare pianta, che prevedeva l'entrata principale alla cella di culto sul lato lungo anziché su quello corto, è il retaggio architettonico dell'antico culto italico di Veiove al quale si era sovrapposto quello di Esculapio. Dunque, in questo complesso cultuale si incontrano, e si fondono, due culture architettoniche, quella romano-italica e quella ellenistica. La prima è anche ravvisabile nella particolare pianta del tempio, nell'elevazione dello stesso sul podio nonché nella visione frontale del tempio mentre la seconda è caratterizzata dall'esistenza del portico e dalla posizione scenografica alla sommità di una collina adiacente alla città.
Nel modellino è anche visibile la cavea di un teatro: si tratta di un'ipotesti basata su situazioni analoghe ad altri santuari coevi di area laziale. Sul lato lungo della sala è conservato un grande frammento policromo di stucco che anticamente ricopriva la parete interna del portico. Si tratta di una decorazione a stucco che imita elementi lapidei o in marmo. In alto è visibile un frammento di capitello dorico, un piccolo resto di stucco rosso che ricopriva la scanalatura delle colonne e un grande frammento del fregio dorico. A destra è esposta la ricostruzione della sezione del portico così come è desumibile dai pochi reperti rinvenuti nelle campagne di scavo. La seconda sala custodisce alcuni esempi della decorazione architettonica del santuario di Esculapio. Nella vetrina di destra sono visibili alcuni frammenti della decorazione a stucco che era posta sulla parte superiore della parete interna del porticato del santuario e che imitava una serie di pilastrini su uno sfondo azzurro, di cui restano tracce di colore. Sono anche visibili un'antefissa a testa femminile e una lastra modanata con protome leonina pertinente al gocciolatoio del tempio. La vetrina successiva conserva altri frammenti della decorazione policroma fittile del tempio, decorazione che ricopriva specialmente tutte le strutture lignee per preservarle dalle intemperie e dal sole. A sinistra dell'ingresso, in una piccola vetrina, è visibile una lastra, purtroppo frammentaria, raffigurante una Nike (Vittoria) su quadriga in corsa. Si tratta di una sima frontonale, cioè di una decorazione che si trovava sulla linea di colmo del frontone del tempio. Nella stessa sala è conservata, in una vetrina simile, una lastra con testa femminile che sorge da un cespo di acanto.
Di quest'ultima lastra è difficile stabilire la collocazione originaria. Un piccolo monetiere mostra una raccolta di monete rinvenute nel corso degli scavi e provenienti da varie città del mondo romano del tempo di Fregellae; esse sono testimonianze delle attività e degli scambi commerciali che facevano confluire in città denaro da tutto il mondo contemporaneo Nelle altre vetrine sono visibili numerosi materiali appartenenti al ricco apparato decorativo templare. Particolare importanza rivestono i frammenti dell'altorilievo decorativo del frontone del tempio, che narrava forse un episodio del mito degli Argonauti, e i resti delle due statue di culto (Esculapio e Igea?) che erano venerate all'interno del tempio. In alcune vetrine sono numerosi esempi di ex-voto che testimoniano la peculiarità delle suppliche che venivano quotidianamente rivolte dai fedeli alla divinità. Infatti, accanto a riproduzioni di animali troviamo parti anatomiche sia maschili che femminili, accanto ad oggetti del tutto generici notiamo la presenza di oggetti che invece si riferiscono a richieste ben precise. Nella terza sala è visibile un pavimento in cocciopesto decorato da tessere bianche di calcare che formano un ornato a squame e, in basso, una fascia con meandro e svastiche. Sulla facciata opposta sono due grandi vetrine contenenti sei telamoni, tre con personaggio di tipo "vecchio" e tre di tipo "giovane", che facevano parte della decorazione delle terme cittadine. Si tratta di figure pregevoli dal punto di vista artigianale, alcune delle quali conservano ancora tracce di policromia, che avevano la funzione di elementi figurati di sostegno.
La loro disposizione attuale nel museo tende a ricostruire, visivamente, la stessa posizione che dovevano occupare all'interno delle terme. Sembra ipotizzabile che i due diversi tipi appartengano a periodi di tempo diversi. In particolare il tipo "giovane" è relativo alla fase più antica del complesso termale. Un pannello luminoso offre la ricostruzione schematica del vasto foro della città e di alcuni edifici pubblici (curia, comitium e un tempio) che vi si affacciavano. Nella quarta sala sono esposti alcuni importanti materiali rinvenuti nell'ambito delle domus fregellane. Al centro della sala campeggia un mosaico pavimentale, uno dei più antichi sinora conosciuti in ambito romano, raffigurante un medaglione composto da tessere di terracotta e calcare disposte a formare un fiore a sei petali. Nelle vetrine poste attorno al mosaico sono visibili alcune maschere teatrali in terracotta che ornavano una delle case situate in prossimità delle terme. Si tratta di oggetti importanti che testimoniano un'attività teatrale a Fregellae, peraltro confermata dalla notizia dell'esistenza di un autore di commedie fregellano: Terenzio Libone. Altri materiali fondamentali per la ricostruzione della storia della città sono i modellini di navi custoditi nelle altre vetrine. Assieme alle raffigurazioni di trofei militari, di prigionieri e di vittorie alate, rappresentano la testimonianza della partecipazione dei soldati fregellani alle guerre combattute da Roma all'inizio del II secolo a.C. contro il re Antioco III di Siria. A questo proposito, è notevole la presenza dei frammenti di un rilievo storico che narrava le gesta dei fregellani in almeno due episodi di quella guerra: la battaglia navale di Mionneso e la battaglia campale di Magnesia. Tale attribuzione ne fa il più antico fregio storico del mondo romano sinora conosciuto. Nelle rimanenti vetrine sono visibili alcuni esempi di ceramica a vernice nera, tipica dell'epoca di Fregellae, alcune arule destinate probabilmente ai culti domestici, una fontanella fittile, una vera di pozzo, un modellino di casa fregellana ed alcuni esempi di anfore.


SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS
Il quadrato magico del SATOR

Quadrato magico SATOR

Versione speculare del quadrato

Il quadrato magico del SATOR è la più famosa struttura palindroma che da secoli ha attratto gli studiosi a causa del suo innegabile fascino. Si tratta, sostanzialmente, in una frase in lingua latina (SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS) che può essere letta in entrambi i sensi, come ve ne sono tante altre. La sua singolare caratteristica, però, è che, essendo formata da cinque parole di cinque lettere ciascuna, è possibile iscrivere la stessa frase in un quadrato di 5 x 5 caselle all'interno del quale la frase può essere letta in quattro direzioni possibili: da sinistra verso destra, e viceversa, oppure dall'alto verso il basso, e viceversa.
Inizialmente si credette che il Quadrato fosse un'invenzione medievale, perché tutti i ritrovamenti fino ad allora effettuati non erano databili prima del IX secolo. Ma nel 1868 uno scavo archeologico tra le rovine dell'antica città romana di Corinium (oggi Cirencester, nel Gloucestershire, in Inghilterra) rivelò la curiosa iscrizione sull'intonaco di una casa databile al III sec. d.C.. In tale frammento, oggi conservato al museo archeologico della stessa città, il Quadrato appare nella sua versione speculare, che inizia con la parola ROTAS
Si cominciò allora a diffondere la convinzione che esso rappresentava un modo adottato dai primi Cristiani, la cui fede religiosa era ancora contrastata e vietata dai Romani, per adorare la croce in forma dissimulata: le due parole TENET, infatti, disegnano al centro del quadrato un croce perfetta, centrata sull'unica lettera N. L'ipotesi si rafforzò allorché Felix Grossner, pastore evangelista di Chemnitz, scoprì dopo numerose prove che le 25 lettere del quadrato potevano essere disposte in modo da formare le parole PATERNOSTER incrociate e poste tra le lettere A ed O, corrispondenti, in questa interpretazione, alle lettere Alfa ed Omega dell'alfabeto greco, il principio e la fine di tutte le cose.
A rinforzare ulteriormente la tesi cristiana contribuì un'ulteriore scoperta, avvenuta nella città siriana di Dura-Europos, sull'Eufrate, antica colonia romana (300-256 a.C.). In essa furono ritrovato quattro esemplari del Quadrato Magico, tutti nella versione speculare, databili attorno al 200-220 dell'era Cristiana.
Non mancarono, però, gli oppositori a questa tesi. La maggior parte delle critiche mosse a questa interpretazione nascevano dal fatto che essa, comunque, non spiegava nulla circa il significato letterale del quadrato (maggiori dettagli saranno spiegati più avanti). Il problema principale era quello di spiegare la parola AREPO, inesistente nel vocabolario latino, e che molti critici si rifiutavano di accettare come nome proprio di persona (Arepo, -onis, Arepone). Questo ostacolo venne presto superato: venne scoperto che nell'antica Gallia, al tempo della dominazione romana, una certa misura di superficie veniva chiamata semiiugerum, nella lingua latina, e arepennis, in quella celtica. In particolare quest'ultimo vocabolo derivava dal termine celtico àrepos, che significava "aratro". Sembra plausibile, quindi, che questo termine venisse poi traslitterato nel latino arepus ad indicare appunto, il caro agricolo. Il significato letterale della frase, ora, assumeva un senso logico: «Il seminatore, con il carro, tiene con cura le ruote».
Ogni ipotesi a tale riguardo, però, decadde nel 1925 quando gli scavi archeologici che interessarono i resti dell'antica città di Pompei, sepolta dalle ceneri dell'eruzione del Vesuvio del 79 d.C., rivelarono sull'intonaco della casa di Quinto Paquio Proculo l'iscrizione (sebbene mutila) del quadrato magico. Undici anni più tardi, nel 1936, ne fu rinvenuta un'altra, stavolta completa, sulla scanalatura di una colonna mediana nel portico occidentale della Grande Palestra (fig. 2).
Il SATOR pompeiano
Fig. 2 - Il SATOR pompeiano
Questo ritrovamento risulta a tutt'oggi il più antico che sia stato effettuato, e per questo il Quadrato del SATOR è stato anche chiamato «Latercolo Pompeiano». Tale scoperta pose fine alla teoria cristiana; se, infatti, si poteva ancora ipotizzare la presenza di una primitiva colonia cristiana clandestina a Pompei in quegli anni, veniva a cadere il senso dell'interpretazione del Grossner. Infatti, la A e la O che rimanevano ai lati della croce non potevano che riferirsi al punto dell'Apocalisse in cui San Giovanni scrive: «Io sono l'Alfa e l'Omega, l'inizio e la fine, colui che è, che è stato e che sarà». Ma la diffusione dell'Apocalisse nell'Italia centrale avvenne, secondo studi attendibili, verso gli anni 120-150 d.C., ed era quindi impossibile che tale concetto fosse presente già prima del 79 d.C.
Di fatto, la questione rimane ancora aperta. Molti tra studiosi, ricercatori, enigmisti o semplici curiosi si arrovellano ancora oggi nel cercare di dare un'interpretazione nuova al quadrato. Di alcune di queste interpretazioni mi occuperò in una sezione apposita. Per concludere, invece, la storia del Quadrato, bisogna citare l'ultima scoperta, in ordine di tempo, avvenuta nel 1978 in Gran Bretagna, a Manchester. Un frammento di un'anfora portata alla luce durante alcuni scavi archeologici mostra, infatti, le cinque parole del quadrato magico disposte a partire dalla parola ROTAS (versione speculare del quadrato, fig. 3). Il reperto è databile attorno al 185 d.C., ed una targhetta esplicativa nel museo in cui è esposto c'informa che si tratta della più antica attestazione della presenza cristiana in Gran Bretagna, nonostante la tesi di Grossner sia stata comunque confutata.
Il SATOR di Manchester
Fig. 3 - Il SATOR di Manchester
(dal sito: Palavras Cruzadas)

La connessione con i Templari
In Italia il Quadrato Magico si ritrova in parecchi luoghi, oltre al già citato Pompei. In una scheda apposita ne ho riportato un censimento, che viene aggiornato ad ogni nuova scoperta o approfondimento. Anche in numerose località europee è possibile rintracciare il Quadrato. Si parte soprattutto dalla Francia, dove il SATOR è presente nella chiesa di San Lorenzo a Rochemaure (Ardeche, fig. 1), in una vecchia casa di Le Puy (Haute-Loir), nei castelli di Chinon (Indre-et-Loire, dove tra i numerosi graffiti presenti, di origine templare, si trova anche l'altro importante simbolo di cui si occupa questo sito, la Triplice Cinta), di Jarnac (fig. 2) e di Gisors, e nella Maison de justice di Valbonnais. In Spagna lo si trova tracciato presso il santuario di San Giacomo di Compostella, celebre meta di pellegrinaggi medievale; in Ungheria, inciso su una tegola della "villa publica" di Altofen (la vecchia Buda), insieme alla frase "Roma tibi salutas ita".
fig. 1 - Il SATOR di Rochemaure
(dal sito: www.ac_grenoble.fr/rochemaure/)
Fig. 2 - Il SATOR nel Castello di Jarnac
(dal sito: Jarnac Champagne)
Molte di queste località, soprattutto in Francia, furono possedimenti dei Cavalieri Templari; la prof. Bianca Capone, sulla base di attenti studi personali, ha ipotizzato un legame tra il magico quadrato ed il famoso ordine monastico-cavalleresco: sembra infatti che i Cavalieri adottassero questo simbolo per contrassegnare dei luoghi particolari o per trasmettere delle preziose informazioni esoteriche in forma codificata. Anche dal mio censimento risulta che la maggior parte delle presenze del quadrato sul suolo italiano è databile attorno al XII-XIII secolo e che nelle dette località è possibile attestare la presenza dei Templari o, comunque, dei Frati Cistercensi, che con i Templari erano in stretto rapporto.
Il SATOR circolare di Valvisciolo
Fig. 3 - Il SATOR circolare di Valvisciolo
Tale tesi può essere ulteriormente rafforzata se si considera il particolare esemplare di SATOR che si trova presso l'Abbazia di Valvisciolo, a Sermoneta (LT), che fu templare e poi rimase ai Cistercensi. In tale luogo, infatti, si ha l'unica presenza conosciuta del SATOR in forma circolare ad anelli concentrici (fig. 3), nella quale viene a mancare sia l'accostamento ai quadrati magici numerici (vedi, a tale proposito, le interpretazioni esoteriche), sia la croce centrale formata dalle parole TENET. Pertanto, al di là di tutte le possibili interpretazioni che possono essere date, è indubbio che per i Templari il SATOR assumeva un significato ben preciso che per me non può essere che quello di segnalazione di un luogo dalle caratteristiche sacre ben precise, affine, in tal senso, ad altre figure simboliche come quelle della Triplice Cinta o del Centro Sacro. La recente scoperta, da me effettuata, della GEOMETRIA SACRA sul territorio laziale non fa che rafforzare tale ipotesi.
La misteriosa pietra di Stenay

Riproduzione della pietra conservata a Stenay
(a)
Schema di corrispondenza con il SATOR
(b)
Fig. 4 (a) e (b) - Riproduzione della pietra di Stenay e corrispondenza con il SATOR
Il ricercatore italiano Pietro Marino, durante le sue ricerche nel mistero di Rennes-le-Château, scoprì che a Cap de l'Homme esisteva una pietra sulla quale era raffigurato il quadrato del SATOR, scritto però con lettere greche. Si venne a sapere che nel 1873 un certo M. Rivart, proprietario di parte dell'antico priorato di St. Dagobert, aveva scoperto una pietra enigmatica, sulla quale figuravano le lettere SRNPR, una specie di glifo a forma di cuneo ed una croce greca accanto alla punta, sul lato superiore (fig. 4.a, riproduzione). La pietra, che divenne di proprietà del vescovo Monsignor Mangin, andò poi distrutta durante la Prima Guerra Mondiale. Una sua riproduzione è stata ritrovata nel 1980 ed è oggi conservata in una sala del "Cercle Saint Dagobert II" di Stenay. Lo studio dell'enigmatica pietra ha avuto una svolta quando si scoprì la relazione tra le lettere, il glifo ed il Quadrato Magico del SATOR. Le lettere SRNPR, infatti, compaiono nel Quadrato secondo uno schema la cui forma riproduce esattamente quel glifo (fig. 4.b). Nell'ambito dei tanti misteri che gravano attorno alla vicenda dell'abate Sauniere e del territorio in cui si trova il piccolo paese della Francia, mancava soltanto il coinvolgimento di questo simbolo già di per sé enigmatico!
I possibili significati letterali
SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS
L'interpretazione letterale del Quadrato è già controversa, perché non vi è una soluzione unica. Il problema nasce tutto dalla parola AREPO, alla quale si è tentato di dare diversi significati. C'è chi vi ha visto un nome proprio di persona (Arepo, -onis), e quindi il senso della frase diventerebbe: «Il seminatore Arepone mantiene in opera le ruote». Ma molte sono le critiche a questo tipo d'interpretazione, perché Arepone, come nome proprio, non s'è mai sentito. L'interpretazione più comune fa derivare il latino arepus dal celtico arepos, che vuol dire "carro". La traduzione allora diventerebbe «Il Seminatore, sul carro, tiene con cura le ruote». In tal caso prevarrebbe un'interpretazione di carattere cristiano, dove il Seminatore sarebbe Dio e per ruote s'intenderebbe l'insieme delle sfere celesti. Il senso, quindi, sarebbe quello secondo cui Dio, assiso sul suo carro, vigila sulla vita del mondo. L'Enciclopedia Britannica, con una lieve forzatura sintattica, riporta come traduzione la frase: «Il Seminatore dell'Aeropago detiene le ruote dell'Opera». L'Aeropago era la collina sacra al dio greco Ares (Marte per i Romani) e ciò fa supporre al traduttore che si trattasse di un riferimento all'arte della guerra ed al coraggio dei combattenti. Si cita, infine, il tentativo dello studioso Ludwig Diehl, il quale ipotizzò che la frase doveva essere letta in maniera bustrofedica (cioè in un modo che richiama il movimento del bue che traccia i solchi nel campo con l'aratro, vale a dire da sinistra a destra e da destra a sinistra e così via). In tal modo la frase del Quadrato si leggerebbe "SATOR OPERA TENET - TENET OPERA SATOR", il cui significato più attendibile è: «Il seminatore possiede le opere», ovvero, interpretando ancora in chiave cristiana: «Dio è il signore del creato».
Interpretazioni in chiave cabalistica
Lo studioso A.D. Grad, nel libro "Introduzione alla Kabbala ebraica", MEB, 1986, si sofferma a lungo sull'interpretazione in chiave cabalistica del quadrato del SATOR. In primo luogo, occorre scrivere il quadrato magico numerico del 5, detto «Quadrato magico di Venere». Com'è noto, tale quadrato è formato da tutti i numeri interi dall'1 al 25, presenta nella casella centrale il numero 13, e la somma di ogni fila orizzontale, verticale o delle due diagonali principali dà sempre, come risultato, il numero 65 (fig. 1).
Il quadrato magico di Venere
Fig. 1 - Il quadrato magico di Venere
Ora, sovrapponendo le cinque parole del palindromo magico, si notano alcune cose:
1) i numeri corrispondenti alle lettere S ed R della parola esterna ROTAS danno la stessa somma, 26 (11 + 15 = 26; 23 + 3 = 26);
2) tutte le altre coppie di numeri la cui somma è 26 corrispondono, nel SATOR, a lettere uguali, AA oppure EE;
3) l'unica lettera centrale, la N, corrisponde al n° 13, che non è altri che la metà di 26.
Grad ne deduce che il quadrato del SATOR non è altro che una chiave cabalistica centrata sui numeri 13, 26 e 65, che stanno tutti ad indicare l'Eterno, ovvero Dio. Infatti:
1) 65 è la somma numerologica corrispondente al nome "ADONAI" (Aleph-Daleth-Nun-Yod = 1 + 4 + 50 + 10 = 65);
2) 26 è la somma numerologica del nome "IAHVE", il Tetragramma (Yod-He-Waw-He = 10 + 5 + 6 + 5 = 26);
3) 13 è la somma numerologica del nome "AHOD", ovvero Uno (Aleph-Heth-Daleth = 1 + 8 + 4 = 13).
Ora Adonai e Yahvè sono i nomi di Dio, la loro somma ridotta dà 65 + 26 = 91 = 9 + 1 = 10 = 1, Uno è "Ahod" che dà 13, e quindi tutto è ricondotto al numero 13, che nel quadrato si trova esattamente al centro.
Pentacolo di Saturno derivato dal SATOR
Fig. 2 - Il secondo pentacolo di Saturno
(derivazione ebraica dal SATOR)
Samuel Liddel MacGregor Mathers (1854-1918)Il celebre esoterista Samuel Liddel MacGregor Mathers (1854-1918, foto a lato), uno tra i massimi esponenti dell'Ordine del Golden Dawn, si sofferma a lungo sul quadrato del SATOR nella sua traduzione e riedizione di un antico manoscritto ebraico conservato presso la Bibliothèque de l'Arsenal a Parigi, "The Sacred Magic of Abramelin the Mage", del 1458. MacGregor Mathers afferma che il SATOR è uno dei pentacoli della chiave di Salomone. Esso va tracciato sostituendo alle lettere latine quelle corrispondenti nell'alfabeto ebraico, il tutto va poi inserito in un doppio cerchio, all'interno del quale va iscritto il seguente versetto del Salmo LXXII, 8: «Il suo dominio sarà dall'uno all'altro mare, e dalle acque fino ai confini del mondo». Questo versetto, nell'edizione originale ebraica, si compone esattamente di 25 lettere come quelle del quadrato magico. Il pentacolo in questione, riprodotto in fig. 2, è tratto da un'altra opera di MacGregor Mathers, "The Greater Key of Solomon", ricavata da alcuni manoscritti antichi conservati, stavolta, al British Museum di Londra. Tornando al libro di Abramelin, invece, l'autore riporta un cospicuo numero di altri quadrati magici "cabalistici", tra i quali uno particolarmente simile (libro terzo, capitolo XIX, pentacolo 9, v. fig. 3)
Un altro quadrato cabalistico di Abramelin il Mago
Fig. 3 - Uno dei numerosi quadrati
cabalistici di Abramelin il Mago
Anagrammi
Molti studiosi ed enigmisti hanno tentato la via dell'anagramma per scoprire altri significati reconditi della famosa scritta. Tale strada, però, non si rivela particolarmente fruttuosa in quanto è stato fatto notare che per anagramma la frase può rivelare tutto ed il contrario di tutto:
- O PATER, ORES, PRO AETATE NOSTRA (O Padre, prega per la nostra età);
- ORA, OPERARE, OSTENTA TE, PASTOR (Prega, opera e mostrati, o Pastore);
- RETRO SATANA, TOTO OPERE ASPER (Vai dietro, Satana, crudele in tutte le tue opere!)
- SATAN, ORO TE, PRO ARTE A TE SPERO (O Satana, ti prego, io spero nel tuo artificio);
- SATAN, TER ORO TE, OPERA PRAESTO (O Satana, io ti prego per tre volte, opera subito);
Una famosa multinazionale, una volta, utilizzò uno degli anagrammi come slogan pubblicitario:
- ORO TE PATER, ORO TE PATER, SANAS (Ti prego, Padre, ti prego guariscimi).
Il famoso enigmista italiano Stefano Bartezzaghi, nella rubrica "Lessico e Nuvole" per La Repubblica, ne tirò fuori alcuni molto divertenti (30 Giugno 2000):
- SOTTRAR ORO A PAPERONE: SAETTE
- PORNOSTAR: PARTE OSEE A TEATRO
- O PORTA ESTERA O PORTA ESTERNA
- ATTOR ARRESO TENET SOAP OPERA

Altri quadrati palindromi
Il quadrato magico degli Inca
MICUC ISUTU CUYUC UTUSI CUCIM
È stato scoperto che un quadrato magico analogo a quello del SATOR era noto in Perù agli antichi Inca. Si tratta ancora di un quadrato 5 x 5, recanti parole in lingua Quechua: MICUC ISUTU CUYUC UTUSI CUCIM. Anche questo schema veniva impiegato presso gli Inca con fini magico-sapienziali. Quello che sorprende è innanzitutto il fatto che, come nel caso del SATOR, la traduzione letterale è resa difficoltosa dalla presenza di una parola misteriosa, che non ha corrispondente nella lingua in cui è scritto, in questo caso UTUSI. La traduzione più soddisfacente di questo quadrato è: «Un pedicello che mangia l'UTUSI che si dimena è felicità». La seconda caratteristica straordinaria è che la lingua Quechua era rigorosamente orale, non esisteva niente di scritto. Il quadrato, perciò, è stato composto a memoria, tramandato a voce e veniva compreso a mente. Tutto ciò ha una portata straordinaria.
Il nome segreto di Roma
ROMA OLIM MILO AMOR
Durante gli scavi archeologici di Pompei, venne alla luce anche un altro quadrato palindromo (sulla parete di una casa nel Vicolo Meridionale della Regio I, che divide l'insula VI, dove si trovano la Casa del Criptoportico e la Casa di Lucio Celio Secondo, dall'insula X, dove si trova la Casa del Menandro), di ordine più piccolo rispetto al SATOR, il cui schema è riportato nella figura in alto. Le caratteristiche di lettura secondo quattro direzioni vale anche per questo quadrato. Nel 1947 Pietro De Angelis, in un piccolo saggio, scrisse che questa «Roma Quadrata» esprime l'esoterico "nome arcano" dell'antica città: «Amor», attributo di Venere, divinità che è in relazione con il culto primordiale della Grande Madre creatrice. Un altro quadrato simile è stato scoperto presso gli scavi di Ostia Antica, nella Caserma dei Vigili, dietro le Terme di Nettuno, ed è databile all'età di Adriano.
DOVE SI TROVA :
In ultimo: un po' di turismo con il SATOR AREPO?
Se volete organizzare un viaggio in Italia alla ricerca del SATOR AREPO, vi consiglio i seguenti luoghi: (tratti dal sito Mondo Misterioso News di Fabio Criniti)
* a Roma nella Basilica di Santa Maria Maggiore (in questa chiesa è possibile vedere anche un altro palindromo: Roma summus amor );
* a Magliano dei Marsi in provincia di L'Aquila, in una chiesa dedicata a Santa Lucia;
* a San Felice del Molise, nella chiesa di Santa Maria Ester;
* a Campiglia Marittima, in provincia di Livorno;
* a Capestrano, Chieti, nella chiesa di San Pietro ad Oratorium;
* alla Certosa di Trisulti, Frosinone;
* nella chiesa di Sant'Agostino a Monterubbiano in provincia di Ascoli Piceno;
* a Siena, nell'Abbazia di Santa Maria della Scala;
* nell'Abbazia di Montecassino;
* in un manoscritto della Biblioteca capitolare di Vercelli, in cui le parole sono scritte l'una dietro l'altra fino a formare il perfetto palindromo SATORAREPOTENETOPERAROTAS.
* Pescantina (VR), è inciso sull'architrave della porta secondaria di una chiesetta dedicata a S. Michele in un piccolo paese qui vicino a Pescantina chiamato Arcè, nella campagna della Valpolicella, Verona.
Si trova anche in Francia, presso un sito archeologica vicino Lione.
In Siria, presso l'antica città sull'Eufrate di Dura-Europos. In Ungheria, in un palazzo.
In Egitto, dove comunque non è riportato per intero, ma è presente solo la parola SATOR, mentre il resto del palindromo è in lettere greche.
OMAGGIO All' Abruzzo :
Il monumento più significativo di Magliano de' Marsi, oggi, è la Chiesa di Santa Lucia, la cui costruzione originaria è da attribuirsi al XIII-XIV secolo, quasi sicuramente per opera delle stesse maestranze che avevano costruito la vicina chiesa cistercense di Santa Maria della Vittoria di Scurcola. Quando, nel XVI secolo, il paese di Magliano diventa indipendente dal vicino centro di Carce, la parrocchia di S. Lucia diventa quella effettiva, andando a sostituire la vecchia parrocchia di S. Martino in Carce. Nel 1570 si trasforma in collegiata, giungendo ad ospitare un abate e sei canonici. Nel 1904 e nel 1915 una serie di terremoto le arrecano enormi danni distruggendola quasi completamente: la chiesa sarà ricostruita soltanto ventidue ani dopo, nel 1937, cercando di restare il più possibile fedeli all'edificio originario. La facciata, in particolare, è stata smontata pezzo dopo pezzo e poi ricostruita fedelmente attraverso la numerazione dei pezzi. La chiesa si presenta con una bella facciata recante tre portali di stile cistercense. Sia la facciata sia l'interno, tuttavia, mostrano la coesistenza di diversi stili. L'interno è suddiviso in tre navate, di cui la centrale risulta essere più alta, delimitate da colonne a sezione rotonda su cui si innalzano archi a sesto acuto poggianti su capitelli diversamente ornati. Il grande rosone centrale, collocato probabilmente agli inizi del Quattrocento, illumina l'aula principale della chiesa. La sua forma è simile a quella del rosone che appare a sinistra sulla facciata della Chiesa di Santa Maria di Collemaggio, a L'Aquila. Il campanile posto al fianco della chiesa, invece, risale al 1880 ed è opera dell'artista maglianese Tommaso di Lorenzo.
Nella parte superiore della facciata, elevata nel Seicento, si apre un finestrone di forme tardo-rinascimentali, formato da due semicolonne che sostengono una trabeazione orizzontale. Ai lati di tale finestrone sono murate due coppie di formelle duecentesche incassate entro cornici riccamente decorate con girali e foglie d'acanto, raffiguranti figure mostruose, animali e figure umane in rilievo. Nella prima formella sulla sinistra, tra le zampe della figura mostruosa rappresentata, è inciso il quadrato magico del SATOR. I due bassorilievi sono sicuri resti di un cancello presbiteriale, probabilmente appartenente alla stessa Santa Lucia, e risalgono al XIII secolo. Il quadrato magico non è visibile senza possedere una vista d'aquila o, meglio, un buon teleobiettivo, comunque mediante l'applicazione di una serie di effetti fotografici sono riuscito ad isolare la scritta dall'immagine digitalizzata. Come si può vedere, il quadrato è rappresentato nella forma alternativa inversa, cioè con "ROTAS" sulla prima riga e "SATOR" sull'ultima:
 
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De Gasperi dovette guidare l'Italia in uno dei momenti più critici non solo per il paese, ma anche per il mondo intero. Il globo era ormai diviso in due blocchi a causa della guerra fredda. Nel 1948 alcuni paesi europei (Gran Bretagna, Francia, Belgio, Lussemburgo e Olanda) cercavano di dare vita ad un'alleanza difensiva, la cosiddetta Unione Occidentale. L'Italia era stata invitata ad aderire, ma De Gasperi declinò l'offerta, motivando il rifiuto con la mancanza di un'assemblea parlamentare che potesse prendere una tale decisione; la Costituente era infatti stata sciolta e si sarebbero dovute tenere nuove votazioni per eleggere il parlamento. Tuttavia nella scelta dello statista italiano pesarono anche altre motivazioni: le sinistre avrebbero potuto accusare l'Unione Occidentale di essere una sorta di “alleanza fascista”, poi c'erano forti posizioni neutraliste all'interno della DC stessa; infine conosceva il risentimento dell'opinione pubblica nei confronti dei paesi che erano considerati i principali responsabili delle durissime condizioni di pace inflitte all'Italia, ovvero Francia e Gran Bretagna.